Gabbiani e altre cose che ci hanno fatto decidere di recensire le ultime uscite di Buñuel e Alysson

I Buñuel si presentano al pubblico ancora una volta con un album che definirlo intenso sarebbe veramente riduttivo. “Mansuetude” è il titolo che hanno scelto, interessante certo per ciò che ci viene proposto sin dal primo brano: “Who Missed Me”, a noi sì, siete mancati. Un turbine di suoni ci prende per i capelli e ci trascina in uno scenario che a tratti ricorda il Purgatorio, uno spazio liminale che ci lascia sentimenti contrastanti, quasi disturbati. 

“Drug Born” e “Movement No.201” sono estremamente crude, terra terra e senza mezzi termini ci tengono sul lastrico, in bilico tra tensione: “Coyotes on the street / Bleeding while beyond / The sheep bleat [...] The hate that we bring”, passione: “Tacit and tacitly / The wordless reach of hand / For action / Swings on and against passion”, e sacrificio: “The blood unfurls / Like waves of glory”. Non manca il senso di critica sociale poiché traspare un senso di alienazione rispetto all’umanità: “Humanity has lost me / Totally my total disdain / And propensity for preferring pain / Keeps me here / So near / Right here”. 

Dal tono nichilista invece è “Class”: “Booked from end to end / No one's a friend / When dollars come in / And the party dies / Like you die and I smile”; anche se bisogna dirlo, tocca un fondo di inesorabile e incontestabile verità. 

Tornando al tono simil-denuncia sicuramente si fanno sentire “High. Speed. Chase.” e “American Steel”. Punk puro, mi permetto di usare questa parola ultimamente accostata a tanti altri generi e situazioni, ma qui mi sembra caschi a pennello. Assai esplicative dal punto di vista non solo del testo, immagini adrenaliniche di ribellione si accendono: “Who wants to die? / Them for a job. Us to rob. / Drive. Hit switch. Disappear. / What they can’t see, they sure can’t hear”. Versi come "Oil and gas and a burn [...] Stockyards of blood and bile" evocano l'immagine di un'America industriale in declino, simbolo di sfruttamento, inquinamento, e sacrificio umano. L'acciaio del titolo potrebbe rappresentare sia una forza fisica che il deterioramento morale del sistema. 

Quello di “Leather Bar” è un testo che esplora un ambiente oscuro tramite un linguaggio molto evocativo; si descrive un luogo dove il protagonista rimane intrappolato in un gioco di forze che vanno oltre il suo controllo, lo sopraffanno: “Balanced on catastrophe / Screwed in total while screwing / Mansuetude is dead here”. 

“Fixer” sembra evocare una riflessione provocatoria sul potere, la moralità e la manipolazione. Versi cardine sono: “The pope smokes the dope the pope smokes / And it jerks the hearse until it damn near bursts”. Si gioca sull'ipocrisia mettendo in evidenza l'idea che anche figure di autorità siano talvolta coinvolte in comportamenti disonesti e corrotti. 

Tema ancora differente viene toccato in “Pimp”: deumanizzazione e sofferenza, legati in particolar modo alla guerra. La band ci presenta una figura insolita (per questo tipo di contesto), quella del soldato. Soldato che viene descritto in modo distorto, un uomo che è stato ridotto come una pezza. La frase "And no legs where the legs used to be" evoca il sacrificio fisico che porta con sé la persona mutilata, incapace di essere vista come qualcosa di più di una macchina programmata per combattere.

“So, he’s sexy / To you and me / This man in a uniform / Who does what he’s told / And bends over at the fold”: fotografia precisa di ciò che è questa figura oggi in molti contesti. La visione “sexy” del soldato è assolutamente ironica qui, nascosta dietro una facciata di potenza, ma al tempo stesso completamente svuotata del suo valore umano. Mentre l’ultimo brano intristisce lievemente il tutto, con questa immagine cupa di un inverno gelido in quel di Berlino: “Cold against the window frame / Grayed nights and grayer days / Striding over hard floors”. Si vive ormai di stenti, giornate prive di calore, situazione confusa. 

“Cops following cops following some punks / 

Who are just trying to make a buck / 

Oh, what the fuck? / 

What the fuck?"

 


“Ossa, terra e mare” esce il 25 giugno 2024 nonostante ora sia il momento perfetto per parlarne. Le temperature iniziano ad essere ostiche, al contrario di questo nuovo progetto degli ALYSSON, che ci accoglie a braccia aperte. 

Lo stile emotivo ti cattura già dalle prime note di “Nebbia”, che effettivamente ci lascia un amaro in bocca, non spiacevole anzi. La vibe è precisamente quella di un caffè preso in balcone all’ora del tramonto, possibilmente in una domenica pomeriggio. Particolare come scelta stilistica perché i versi si ripetono ciclicamente, ma arrivando verso la fine il tutto si intensifica sempre più: “Stenderemo le vele / Ci guiderà la corrente”. In “Scogli” le linee vocali ti lacerano completamente: “Prendimi, strappami, non c'è più nulla da portare via / Solo l'ombra di un fantasma, un ricordo, uno spettro, una scia che”. Un amore struggente che probabilmente ha anche distrutto… Ci dà la stessa sensazione, quella di “abbandono” anche “Eroi”: “Pensa che amare ha segnato la fine anche degli eroi”. 

Ne “Il nostro soffitto” troviamo forse un’ammissione di colpa, colpa per aver reiterato sempre più e aver fatto gli stessi errori ancora e ancora. Una situazione di stallo, momenti condivisi che, nonostante la loro intensità emotiva, sembrano non aver portato ad un cambiamento tangibile. Ritornano scene quotidiane e intime, come il "guardare un film" o "raccontarsi storie del lunedì," che però si svuotano di significato nel ritornello, evidenziando una situazione che non evolve, restando così “Appesa ad un soffitto”. 

Il cuore del progetto è la traccia che porta il suo (stesso) titolo: “Ossa, terra e mare”. È un viaggio lungo il quale si ripercorrono delle tappe essenziali per farci comprendere meglio tutto il resto. Se fino ad ora abbiamo notato una certa dose di decadimento e pessimismo, qui sicuramente emerge della speranza. Speranza che viene riposta in un legame così puro e genuino che si spera duri per sempre, sarebbe un peccato consumarlo: “Naufragheremo ma in un posto migliore / In un'isola deserta senza il mare attorno / Ma con un nostro posto in questo mondo […] / Creeremo il nostro posto in questo mondo / Stesi soli su quei moli ad aspettare il giorno”. 

Un’impronta diversa la lascia “Anya”: il pezzo non è cantato come gli altri ma è più un racconto susseguito da una strumentale con una batteria super decisa. Si lega perfettamente a “È già marzo”, che parte come “Anya” ci ha lasciati: sospesi ma con un sacco di frenesia in corpo. L'immagine dei “Binari che non si incontravano mai” sottolinea una distanza insormontabile tra i due protagonisti, emblema di una relazione che ormai sta su due linee rette, quindi senza un possibile punto d'incontro.

Giungendo quasi al termine di questa immersione, gli Alysson ci fanno un regalo prezioso: “Perdersi”, 37 secondi senza voci che fanno da introduzione a “Cara Camilla”. Non facciamo neanche in tempo a renderci conto del passaggio tra le due tracce che ha subito inizio una dedica decisamente singolare: “Cara Camilla, sai Giovanni cosa fa? / Sta lanciando volantini dall'alto sulla città / E forse tutto questo avrà avuto poco senso / Ma come Camilla mi piego e non mi spezzo”. Brano che si discosta (in positivo ovviamente) dal resto dell’album: sonorità più pop-punk, apparentemente meno aggressive, che ci accompagnano “garbatamente” alla chiusura ufficiale del progetto. Un’altra dedica, dal tono più romantico ma disfattista, nella quale vengono messe a confronto due situazioni ma che portano poi alla stessa conclusione: “È tutto quando nella tua mente / […] / Ormai a nessuno importa più niente / Anche il rumore dei passi e la gente. 

“Carcasse”, così ci si sente (una volta) arrivati alla fine, svuotati e abbandonati, sul fondale marino o in un bosco che sia

 



Articolo a cura di Giorgia Niedri

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