La band del cuore - GIALLORENZO
Sono le 5.30, come spesso mi capita nell’ultimo periodo sono già sveglio. Prendo il telefono, accetto un’amicizia su Facebook e continuo a scrollare ancora un po’.
Poi inizio a pensare a cosa scrivere per questo articolo. Chi sono i GIALLORENZO? Perché sto parlando di loro?
Non ho Spotify, sono troppo radical chic. Ho Apple Music. Il mio wrapped di fine anno targato Apple mi ha detto che, dopo i Wilco, questo gruppo lombardo (metà bresciano e metà bergamasco) è stato il gruppo che ho ascoltato di più quest’anno.
Li ho conosciuti qualche anno fa, mi sono sempre piaciuti, eppure è quest’anno che mi hanno conquistato. Negli ultimi mesi li ho ascoltati ogni dannato giorno aspettando una serata di metà dicembre per vederli dal vivo a Torino.
Ma perché? Perché non riesco a staccarmi da questi tre dischi? La risposta più banale, più scontata e più facile da dare è una: mi parlano. Io cerco questo nella musica, qualcosa che possa parlarmi, dirmi tutto ciò che posso voler sentire. E’ difficile, non capita spesso. Tante volte ascolto e non mi rimane nulla. Con loro no, ogni singolo pezzo, ogni singolo verso mi dice qualcosa. Anche adesso che li sto ascoltando per poterne scrivere meglio. Cosa vorrà dire tutto ciò? Che ne sono ossessionato? Può essere.
Ora che scende la notte
Non so cosa farne di tutti i
Pensieri pensieri pensieri
Col telefono al buio
Si scarica scemo
Poi com’è che torniamo lontano
Lontano
(BONTI - MILANO POSTO DI M***A, 2019)
Ecco. Partiamo da qui, da questa citazione. E’ evidente che questo pezzo sui GIALLORENZO sia una scusa per parlare di me e di ciò che provo, spero che chi sta leggendo possa apprezzare.
Dicevamo. Sono le 5.30 e sono sveglio a pensare. La testa va da un punto all’altro senza chiedere e senza dare spiegazioni. Viaggia, vuole evadere.
I GIALLORENZO sono quattro amici che si sono conosciuti a Milano e che hanno avuto voglia di scappare da quella città . Il primo disco, MILANO POSTO DI M***A parla di questo. Di matti, di personaggi assurdi incontrati in quella città . Ma parla anche in maniera più profonda. Parla della condizione umana. Parla di ciò che ci passa per la testa, di quel che non riusciamo a dire, e lo fa dando sfogo a tutto ciò che questi quattro ragazzi hanno dentro. Forse è per questo che mi piacciono così tanto, forse è per questo che mi sento così dentro la loro musica, la loro poetica, il loro mondo.
Mi hai lasciato solo
A ricordarmi che poi finisco
(CONDIZIONI METEO CRITICHE - MILANO POSTO DI M***A, 2019)
Sono un po’ questo, ho sempre paura che tutto finisca. Che non tutti i treni arrivino a destinazione. Mi sento un peso dentro che non sempre mi lascia tranquillo. E ho sempre paura di rimanere solo.
La potenza di un pezzo come questo, ma credo di tutta la loro discografia, è la capacità con cui hanno saputo unire un immaginario narrativo della corrente indie di fine anni ‘10 con suoni più sull’emo punk con le chitarre che fanno un sacco di casino.
Del resto questo disco fu votato come miglior disco dell’anno nel 2019: qualcosa vorrà pur dire, no?
Vivi e non ti accorgi
Di che vive la tua vita
(MEGAPUGNO - FIDATY, 2020)
C’è un’espressione che usano molti aspiranti critici cinematografici per descrivere quei film che li fanno riflettere e per cui vengono presi in giro da una bellissima pagina su Facebook: pugno nello stomaco. Non so cosa voglia dire, non so che tipo di emozione vogliano trasmettere a chi legge. Trovo, però, che ci siano espressioni più forti che possano descrivere quelle sensazioni. Megapugno, magari. Però, se dicessi un tram che mi prende dritto in faccia come ti prende dritto al cuore quell’amore giovanile che provi al liceo credo che possa rendere bene l’idea.
Questi due versi, ma questo pezzo più in generale, hanno questo effetto su di me.
La batteria che suona sorda, le chitarre che impazzano e la voce che spunta fuori quanto basta a ricordarci che non va da settimane. Un pezzo semplice, uno di quelli che ti rimane fisso in testa per giorni. Uno di quei pezzi che ti sveglia definitivamente da tutto quel torpore che possiamo provare quando ci sentiamo inermi nei confronti della vita. Si parla di questo, no?

Le risposte non rispondono affatto
Ma tutto si allunga a un tuo eventuale ritorno
(BAAL - FIDATY, 2020)
Beh, che dire? Probabilmente uno dei pezzi che preferisco di questo loro secondo disco, FIDATY. Ci sarebbero tante cose da dire. Da quell’invito a lasciare il profumo per non pensare a quando non si sarà più insieme, a quell’adombrarsi sul presto prima di toccare il fondo.
Precarietà . Sì, è proprio questo. La precarietà della vita, ma soprattutto l’eleganza con cui questa viene raccontata. E’ diverso, è speciale.
Tu sei come un fatto che sussiste tutto a un tratto
Come spieghi il tuo grigiore sopra e il cielo rosa all'orizzonte?
Scusa, in questi giorni non ho tanti sentimenti, solo un po' paura
Sono già per strada
E se piovesse, se piovesse, andremo ancora dove serve
Che non sempre è chiaro
(COROLLA - SUPER SOFT RESET, 2022)
Questa è stata la prima canzone dei GIALLORENZO che ho ripreso in mano quest’anno. E’ stato un caso. Stavo andando al cinema, ero in macchina, perché è in macchina che la musica la ascolto per davvero, ed è partito questo pezzo.
Ricordo che pensai a quanto mi mancassero, a quanto avrei voluto vederli dal vivo ed esplodere sotto il palco sulle note delle loro canzoni.
Questo disco, tra i tre pubblicati, è il loro disco più maturo, ma anche quello più spigoloso. Tra un emo lo fi e le chitarre davvero alte, i quattro ragazzi tornano a riflettere un po’ su quello che sono. Nervosi ed energici, tuttavia sempre giusti, sempre perfetti.
Certo, sono ancora troppo
Chiuso in tante cose che
Io stesso non conosco di me
Hai fatto i tuoi esperimenti
Ci hai provato e non ne esci
Parti ancora verso un altro reset
(PROVARCI - SUPER SOFT RESET, 2022)
Questo non è il mio brano preferito dei GIALLORENZO, ma è quello che più mi fa riflettere. Quello che più mi parla. Potrei parlare e scrivere di ogni verso e collegarlo a qualsiasi episodio della mia vita. Forse scriverе un pezzo che ascolterеi al liceo/Non è il modo migliore di provare a spiegarmi. Oppure: Ma vero è solo il fatto che/Temo di perdere te/Come un sasso si perde/Ad accompagnarlo coi calci/Io non ti riguardo, tu non mi riguardi. O ancora: Ci ho provato a provare qualcosa sul ponte/Solo freddo mi usciva dalle ossa corte.
Parte la linea vocale, in levare, credo. Al battere entrano la chitarra e la batteria. La prima strofa va via, liscia. Poi le chitarre aumentano il volume. Sono più alte, sì, ma sono anche più ingombranti. Come quei pensieri di cui prima che di notte mi uccidono tenendomi sveglio.

Potrei andare avanti ancora per infinite pagine. Citare altre canzoni tipo MATCH, FESTA, DON BOSCOW e tutte le altre. Ma forse è meglio finirla qui, rimanere in silenzio e lasciare che la vita scorra.
Non mentirò: quando li ho visti dal vivo qualche settimana fa mi sono divertito, tanto, ma mi sono anche commosso. Ho pogato, ho cantato, mi sono sentito libero, ma avevo dentro me anche una certa vena malinconica di cui non riesco a liberarmi. Ma non importa, mi va bene ugualmente perché è così che sono.
I GIALLORENZO, al netto delle mie parole, sono già una band di culto. Sono cresciuti, sono maturati. Da un disco, il primo, molto coerente con il loro vissuto personale, sono arrivati ad un disco più completo, più pieno anche a livello musicale. Non so dove andranno a finire, non posso predire il futuro, posso, però, ammettere in tutta onestà che il 2024 è stato il mio anno coi GIALLORENZO. Se oggi, fine dicembre, sono come sono è anche merito loro. E ne sono felice. E mi sento meno solo.
Per finire: non so se loro, se i GIALLORENZO possano ritrovarsi in quello che ho scritto. Lo ripeto: questa è una visione soggettiva della loro musica dettata da quel che sto provando e sentendo. Non ho l’arroganza di dire che sia giusta e corretta, dico solo che è la mia. E sto bene quando li ascolto. Sto bene nel crogiolarmi nelle loro parole, nelle chitarre, nel basso, nella batteria. Sono stato bene quando li ho visti dal vivo, quando mi son perso in maniera totale tra le birre e le loro parole. Sono stato bene, sì. Voglio rifarlo.
Articolo a cura di Francesco Giordano
Foto a cura di @eleimoig

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