I sound indie pop e lo-fi, poi sfumati e resi psichedelici, hanno un che di sperimentale in questo primo disco interamente realizzato e prodotto dall'artista bolognese Tancredi Bin. Già noto come batterista per vari gruppi rock e metal nei suoi primi anni sulla scena underground, adesso ha dato vita a un proprio progetto caratterizzato da atmosfere surreali e riflessive.
Il titolo dell'album è “Mappa di ogni corpo”, un viaggio interno ed esterno che vede l'identificazione progressiva tra il materiale e l'immateriale e che dipinge i confini labili dell'essenza che si uniscono con le percezioni del mondo circostante. Ciò risalta nel continuo rimando a sensazioni fisiche legate però alla vaga consapevolezza di ciò che ci rende umani: un universo immateriale che potremmo decidere di chiamare anima, anche se il corpo è inevitabilmente il centro portante delle impressioni che raccogliamo attorno a noi.
I brani dell'album presentano una progressione quasi scientifica: una riflessione che riscontra prove
di sensazioni e considerazioni metafisiche nei piccoli particolari, che ci vengono incontro come messaggeri effimeri eppure affidabili. Le atmosfere del disco, le canzoni a volte prive di testo ma incredibilmente comunicative, il percorso interiore che si espande in molteplici direzioni. Tutto questo viene riassunto dall'artista in poche frasi concise:
“Essenzialmente la teoria è che queste sensazioni, così pure e istintive, dimostrino come in realtà l’anima sia il corpo stesso, mentre il pensiero, che viene dopo, sia solo un prodotto di scarto, una secrezione quasi organica che segue le attività dell’anima. Io stesso ho cambiato spesso l’interpretazione che ho del disco, quantomeno a livello di cosa si dice nelle singole frasi, ma i concetti generali per me sono questi”
Il debutto dell'artista è stato con il singolo “All'apice”, uscito il 17 maggio per Oyez!. In seguito il 25 maggio Tancredi Bin si è esibito live al MI AMI Festival a Milano. Ad oggi il disco è in formato digitale, ma non si esclude una sua possibile uscita in formato fisico.
Nell'intervista per Alternitalia del 29 novembre 2024, emergono interessanti considerazioni anche riguardo alle grafiche dell'album, realizzate con l'aiuto di Arianna Sergio. Da un video sono stati poi isolati dei fotogrammi, poi modificati per renderli frammenti astratti che riflettessero le atmosfere dell'album. Tancredi Bin ha definito un ossimoro il fatto che per raccontare al meglio un processo interiore venissero utilizzate foto di esterni, ma proprio queste riescono a veicolare maggiormente il suo messaggio. Possiamo infine aspettarci nuove date per sessioni live tra maggio e settembre 2025, in collaborazione con Simone D'Avenia, produttore e musicista bolognese, e Francesco Buonora, batterista del già noto gruppo dei Leatherette.
Il viaggio si apre con “C'è qualcosa che freme”, un pezzo che trasmette un forte senso di smarrimento, che simboleggia l'umano che si dibatte e non sa bene quanto in fondo sia vivo o morto, quanto i suoi sforzi servano o siano invece vani,
“Il piacere”, invece, ci descrive come l'atto di comunione dell'amore ci renda fragili e sfumati ma al contempo più consapevoli, attraversati da una rara sensibilità e aperti alla verità che finalmente riusciamo ad ammirare nella sua interezza.
In “Nei polmoni”, si sperimenta giusto una boccata di surreale e occhiate fuggevoli a un panorama che è al contempo interno ed esterno, esattamente come un respiro.
“Sul letto il piano astrale” è invece un viaggio psichedelico che riprende il sound dei classici anni '70, uno sfarfallio di note che si tinge di brevi tratti poetici e ampi spazi di riflessione con un buon
ritmo tra il riflessivo e l'incalzante.
In “Una rivelazione” facciamo poi un tuffo nei piccoli momenti di lucidità che intessono i nostri giorni banali e noioso, quei brevi sprazzi di idee luminose che permettono di riconoscersi con stupore nei propri pensieri.
“Muta” è un invito, si inneggia alla resurrezione, al cambiamento che avviene sottopelle, che ci ispira a evolverci rimanendo però sempre gli stessi, alla metamorfosi a cui non siamo mai pronti ma che risulta necessaria.
Si continua con “All'apice”, che invece ci spinge a fare un salto nell'euforia di un momento, riportandoci alla consapevolezza di sé innescata da brevi istanti di lucidità in cui corpo e mente si fondono e sfiorano i limiti dell'esistenza.
“La mia testa è un buco nero” ci porta a compiere piccoli passi nel confusionale e tuttavia confortevole spazio di una mente attiva e vagabonda, lamenti e rimorsi intrecciati a echi di determinazione e forza di volontà , sogni, tristezza e catene spezzate, scoprirsi capaci di ricevere luce ma non altrettanto bravi a restituirla indietro.
“Il pensiero come scoria” è una riflessione interessante, un'emissione di consapevolezza che deriva dall'incontro tra corpo e anima, permette di attraversare le barriere del reale e dare sfogo alla potenza creativa della mente umana.
In “In profonda contemplazione” invece il pensiero che si espande in ampie volute attorno a noi, riportando indietro l'eco del mondo naturale, con il confronto con l'altro che porta significato, muta la nostra comprensione e quell'inefferrabile verità che però in qualche modo ci conquista sempre.
Infine in “Tutto in oro”, s'incarna il sommo nulla che ci riconduce a casa, poche note di riepilogo dalla forza di un disco che parla agli spazi segreti dell'essere umano, una breve celebrazione della vita che continua, del pensiero che essenziale accompagna ogni passo in avanti.
Se ti è piaciuto questo album ascolta anche:
– ciotola.it, “La luna mi illumina”, 2023
– Angel Apricot, “The pink sunset over you”, 2022
– Leatherette, “Small Talk”, 2023
Un “disco da taglialegna”, così veniva definito 12 anni fa il primo album dei Disquieted By, “Lords of Tagadà ”. Il contrasto tra l'ignoranza scenica delle acrobazie sulle giostre e il sound pieno di un gruppo che non ha paura di sperimentare il genere punk a testa bassa era già allora un potente magnete che ha attratto l'attenzione del pubblico. Nonostante questo il gruppo è sempre rimasto più fedele alle live, che rispecchiano appieno il loro stile irriverente e anticonvenzionale.
Con questo secondo disco, rilasciato da To Lose The Track e Sonatine Produzioni, otto nuovi pezzi vengono convogliati in un'esplosione di pancia dal titolo “Pet of the Week”.
Il gruppo ha vissuto una lunga pausa di otto anni, ma sembra che la grinta fosse sopita e aspettasse solo di venire rievocata in superfice. I membri della band raccontano come sia bastato risentirsi, condividere vecchie idee, testi, intuizioni per riprendere il volo assieme.
L'impressione che accompagna infatti l'intero ascolto dell'album è quella di un entusiasmo ritrovato. Le sonorità aggressive e schiette che si riversano sulle ossa sembrano invitarci a saltare per aria. A detonare di pura semplice ironia e voglia di spaccare tutto, attraversando a spallate la banalità di tutti i giorni.
Citando il post sulla pagina Facebook di Centro Onda d'Urto, che ha ospitato la band a fine Novembre: “Le sonorità del nuovo album sembrano invitare a un ascolto "a tutto volume", coerenti con l'attitudine irriverente e carica di adrenalina che ha caratterizzato i Disquieted By fin dagli esordi. L'uscita segna non solo il ritorno della band sulla scena musicale, ma anche una celebrazione della perseveranza e dell'autenticità in un panorama musicale in continua evoluzione.”
In questo caso andiamo con ordine, sempre che ce ne sia davvero uno.
“Pinky” è lo spigolo che colpisce al momento giusto. Ci trascina nell'atmosfera di delirio di cui non sapevamo di avere bisogno, aprendo il sipario per la piacevole parentesi di pazzia che ci aspetta.
Scoppia subito in coda “F.R.I.E.N.D.S @CPA”, ci ritroviamo in pista a girare a vuoto in un carosello di incoerenza e passioni condivise, ci sfila davanti la società a delinquere che vorremmo fossero le nostre serate fuori. Un omaggio a uno degli spazi occupati della città di Firenze che hanno cresciuto generazioni e incoraggiato la nuova scena musicale.
L'accelerazione prende invece a slancio in “Raviolony”, che c'intrattiene in un giro di note incalzante e come un buon pasto ci nutre di energia e di una vogli matta di saltare in piedi e ballare. La parte strumentale è un vortice che cattura anche la mente più accesa, ricordando quanto sia importante lasciarsi semplicemente andare al turbine del caos che abitiamo.
Anche “A-teen” costruisce una certa attesa e si fa piacevolmente attendere prima di crepitare come un fuoco d'artificio e catapultarci in un'epoca in cui tutti i rimorsi e i rimpianti si trasformano solo in voglia di fare e di sfogo immediato di tutto ciò che normalmente ci portiamo dentro.
In “Doglover” anche l'amore incondizionato può fare rumore, trasportarci nei cortili spogli e ricordarci che dietro ogni angolo possiamo trovare le follie che abbiamo. Basta poco. La parte di parlato sa di manifesto, ma quello che veramente ci regala sono i principi di disordine di cui si ha inconsapevolmente bisogno come esseri umani.
“Leprechaun” deflagra invece nella ricchezza del momento presente. Ci trasporta lontano in tre minuti di musica immersiva quanto casinista. Martella ma parla, ci strizza l'occhio e promette altre nuove meraviglie a venire.
Infatti è subito seguita da “Holymates”, che ci trascina via in un altro viaggio di incosciente consapevolezza. Il richiamo delle vacanze che sono poi anzitutto il momento di aprire i recinti e uscire allo scoperto. Ritrovare le solite teste calde, sfogarsi all'aperto, respirare anche solo brevemente la libertà di saperci vivi e mai davvero soli.
Si conclude in bellezza con “Sugar”, che grida tutta la bellezza dei giorni che solitamente non sappiamo apprezzare. La fine che non è la fine, quanto una promessa che ci sarà qualcos'altro. Di più. E per sempre, a chi saprà solo chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Nel complesso questo album ci lascia addosso la vibrazione positiva di un viaggio nella musica rumorosa che sa parlare senza per forza impostarsi o prefiggersi un chiaro obiettivo. Perché non serve, fa vibrare i nervi e ci incontra a metà strada. Nelle frustrazioni, nei pensieri che girano in cerchio a vuoto, nelle canzoni cantate a mezza bocca per paura di disturbare. E ci invita a opporci, a prenderci una pausa. A gridare a squarciagola e a scomporci, inevitabili effetti collaterali della vita vibrante che a volte, inconsciamente, soffochiamo.
Se ti sono piaciuti i Disquieted By, potresti ascoltare anche:
– The Hives, “The Death of Randy Fitzsimmons”, 2023
– Queens of the Stone Age, “...Like a Clockwork”, 2013
– La Quiete, “Tenpeum 01.05”, 2006
Articolo a cura di Alessandra Innocenti


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