Addict Ameba e Soft Boys Club vogliono rompere spotify e far uscire arcobaleni dalle nostre cuffiette. Recensione

 Caosmosi - Addict Ameba

Musicisti in tutti i sensi possibili: non siamo più troppo abituati all’ascolto di album quasi interamente senza parti vocali, ma gli ADDICT AMEBA hanno fatto un gran capolavoro.

“Siamo un collettivo che punta a una Pangea sonora. Come balene erranti ascoltiamo la musica dalle coste e dalle navi, poi le mixiamo. Avviciniamo i mondi, opponendoci, di fatto, alla deriva dei continenti.”, questa la loro bio di Spotify che racchiude tutta la loro sostanza in poche ma efficaci parole.

Appena farete partire brani come “LOVE LAVA” e “COPELANDIA” sarete travolti da un tripudio di colori (presenti letteralmente nelle canvas di Spotify).

Mix incredibile di sonorità che in circa 3 minuti vi faranno atterrare in un paesino dell’America del sud.

Sulla stessa “wave” abbiamo “CAOSMOSI” che dà anche il titolo all’album. Nonostante non ci sia un singolo verso parlato, possiamo interpretarlo come unione di più parole, delle quali l’intersezione è “caos”.

Altre due parole che possiamo rintracciare sono “osmosi” e con un po’ di fantasia “cosmos”.

È possibile che l’addizione di ciò dia come risultato questo punto di incontro tra un concetto di apertura totale verso determinati orizzonti, quanto anche una chiusura.

Difatti, i concetti di “caos” e “cosmos” sono sempre stati contrapposti, ma coesistono ugualmente: nella mitologia greca il caos è sempre stato simbolo di disordine e di vuoto, qualcosa che esisteva prima della creazione, mentre il Cosmo deriva da esso e quindi sarà il suo esatto opposto, mondo creato poi e per questo ordinato.

Due brani tra loro molto simili per concetto ma diversi per contenuto sono gli unici due featuring dell’album: “LOOK AT US” con Joshua Idehen è il primo. Qui il cantante e poeta anglo-nigeriano fa un appello importantissimo ai popoli riguardo le guerre in tutto il mondo. È un vero e proprio grido all’essere più umani di quanto già questa parola possa descriverci, è un invito a cambiare il nostro tempo, ad alzare la voce quando serve: “Look at us man, fighting a war, on several fronts, without and within […] raise our voices to the chorus”.

Il secondo ft. è “YA BLED”, che vede partecipe un attore e cantante tunisino, Rabii Brahim. Si parla di origini, radici profonde in una cultura che sì è la propria di appartenenza alla nascita, ma una volta migrati altrove ci si sente quasi spaesati a tornare in quella che sarebbe la “tua” terra madre.

Infine troviamo “INTERLUDE”, che in realtà “spezza” la tracklist con 1:08 minuti di pura follia al sassofono accompagnato dalle tastiere.

A chiudere il progetto invece “POR NOSTALGIA”, che lascia spazio ad ogni tipo di fantasia sulle conclusioni di questo progetto sperimentale e per nulla banale, nostalgia che tutti proverete perché ogni strumento ascoltato vi sarà rimasto impresso.




Prendersi Cura - Soft Boys Club

“Musica dura per cuori teneri”, scrivono in bio su Spotify: come dargli torto. Attraverso i nove brani emergono sonorità punk rock con quella punta di malinconia che li avvicina anche all’emo, un emo dai modi più dolci attraverso il quale ci narrano la loro generazione, i millennials, in modo molto personale.


Primissimo album per il SOFT BOYS CLUB, band formatasi a Milano nel 2022 con una visione ben precisa per il loro progetto.

Titolo del disco ma anche di un singolo al suo interno è “PRENDERSI CURA”: di cosa?? 

Parlano di un “noi”, parlano di ciò che conta, delle possibilità, dei piccoli gesti che contano nel loro rapporto; dinamiche secondo le quali il loro legame potrà solo che rafforzarsi.

Il tono è disperato, come la strumentale quasi distopica verso la fine.

Brano che segue con coerenza è “EMERSIONE”: si apre con suoni abbastanza dolci rispetto alla traccia precedente. L’atmosfera amara e di sconforto pervade il brano, incentrato sui primi momenti di indipendenza e ricordi di quel periodo dell’artista.


In apertura della tracklist troviamo “FRETTA”, ottima presentazione per la band che apre con suoni disturbati ma molto chiari e diretti. Tematiche principali che riassumono l’intero album: lasciarsi alle spalle situazioni, futuro non deciso, la vita vera che inizia, amori travagliati… “Sento la fretta come un peso sul petto”, così ci aggrediscono col ritornello.


“CONFRONTO/FUGA” racconta dello struggle di diventare adulti e iniziare a sentirsi addosso delle responsabilità; anche se forse all’inizio sono più le volte in cui non va proprio secondo le aspettative: “Noi scappiamo sempre e non soffriamo mai, noi scappiamo sempre e non torniamo mai”.


Pezzo molto particolare per la sua narrazione è sicuramente “FLOP”, anche unico feat dell’album in cui si spalleggiano con un’altra band milanese, i Materazi Future Club.

Questi ultimi trattano tanto di calcio (e calciatori), inseriscono pezzi di telecronache all’interno dei brani, cosa che è stata fatta anche qui.

“Lo griderà, ‘ho fatto flop’”, in riferimento al calciatore Roberto Baggio e al rimorso che probabilmente si poterà sempre con sé per aver sbagliato quel rigore, che fu causa dell’eliminazione dell’Italia ai Mondiali del 1994.

Nonostante Baggio sia stato uno dei più grandi, questo insegna velatamente che il fallimento è comunque intrinseco a tutti, è parte di un processo di crescita inevitabile.


“APNEA” è un titolo decisamente self-explanatory: è un pezzo che ti lascia così un po’ sospeso, col fiato corto ma al contempo ti permette di prendere aria durante i ritornelli.

Utilizzano diverse metafore riguardanti il mare: ricordi della spiaggia in tranquillità, sentirsi ad un certo punto soffocati dalla città quando riaffiorano nomi e fatti già conclusi. Parlano poi degli anni che passano e che li costringono a prendere decisioni, di drammi e del “saper sempre cosa fare”… si percepisce un peso sull’anima.


“INTERNET” è un momento dell’album in cui si fa ancora riferimento alla loro generazione, che precede la gen z e quindi non propriamente figlia di internet. Per questo motivo all’interno del brano ci sono diversi spunti di riflessione a partire dalla poca consapevolezza che si ha del mezzo: “Mi voglio raccontare che se passo delle ore a guardare il cellulare, cercando di afferrare quello che succede, non posso farci niente ma va tutto bene”. È un “chiudersi” in questo mondo dove tutto sembra super reale e super possibile, e malgrado ciò, la vita dietro al cellulare prosegue anche senza di noi.

Fa riferimento anche ai rapporti umani in relazione all’intrattenimento che ti “regala” lo stare online: “Io non avrò bisogno di lasciarmi colpire, da tutto ciò che passa per l’internet, tutto ciò che succede ma lontana da me, vorrei parlare con te, ma delle nostre cazzate […] del tempo che perdo dietro al cellulare”.


Con “ZIDANE” danno una vera e propria testata (nei denti) al loro pubblico, parlano di scandali famosissimi, di nostalgia e di momenti memorabili.

Forse così tanto memorabili che “Marco, il futuro è in ritardo, non riusciamo più a immaginarlo, è tutta nostalgia e gioie passate”.

I componenti della band appartengono alla generazione Y, e infatti citano anche “La paura del Millennium Bug”, poiché l’hanno vissuto. Quest’ultimo è stato letteralmente un difetto, informatico, nell’istante del cambio data tra il 31 dicembre 1999 e il 1 gennaio 2000. Studi dicono che questo “bug” ha simboleggiato la paura dovuta all'arrivo di un nuovo millennio simbolo di incertezza. Questo evento è stato simbolo di finto allarmismo ed esagerazione portando con sé un momento di caos e panico e coinvolgendo tutti i mezzi di comunicazione di massa (a partire dai governi mondiali a miliardi di cittadini, tutti “spaventati”).


Quota romantica dell’album per me è “PAVLOV”. La vedo un po’ una presa coscienza su quello che può essere l’amore, non classico ma con una nota che lo rende più crudo: “La smetterò di salivare, quando sento il tuo nome” e continua tirando in ballo sentimenti ancor più forti: “E la mia tachicardia, è quasi sempre causa tua”.

Versi intimi in cui ci si guarda dentro e si pensa “Dai tuoi occhi, tra i miei sbagli, mi ci rifletto e non mi calmo, non crollerò, affronterò ogni mia, debolezza”.




Articolo a cura di: Giorgia Valeri

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