Volando tra le uscite dei SAAM e dei Tv Dust - Recensione

L'11 novembre, con un post su instagram molto sentito, la band annuncia l'uscita del proprio primo album. Questa prima raccolta, spiegano i SAAM, “racconta di come prendere la cosa più brutta che vi sia accaduta e trasformarla nel fiore più bello che abbiate visto”. Prodotto da Pioggia Rossa e Non ti seguo e distribuito da ADA Music Italy, “Per ogni caduta una terra amata” viene definito: “Un abbraccio emo-punk violento quanto gentile che ci ricorda che le ossa, una volta rotte, guariscono più forti e che ogni cicatrice è un souvenir inestimabile.”

La presentazione del disco è già avvenuta a Genova al Circolo Barabini di Trasta, ma possiamo aspettarci altre date per gennaio al Circolo Arcipelago di Cremona e a febbraio a Torino al Turing Moving Parts.

La band si forma nel 2017 a Genova, suonano un misto di emo-core e pop-punk e non si prendono troppo sul serio. Nel 2018 però escono cinque pezzi originali che li rendono noti e permettono di organizzare oltre 30 date in Italia e anche un mini-tour in Francia, interrotto purtroppo dall'emergenza Covid a Febbraio 2020.

Ad oggi i Saam, composti da Stefano Giacomazzi, Alessandro Giacomel e Simone Rosani, si mettono a nudo in una matura riflessione sui frammenti spezzati che ricompongono le nostre vite. Riflettono sulle fragilità che portiamo con noi nell'intimo senza mai osare esporle al sole. Lo fanno in modo poetico senza per questo mai abbandonare il sound rock trascinante che li contraddistingue. Un viaggio che può sembrare una coccola come anche un giro sulle montagne russe.

Quello che colpisce di questo album è come musica e testi si muovano in completa sincronia. Urlano la frustrazione di una generazione ferita dalle limitazioni onnipresenti di una realtà selettiva e omologante. Invocano la poesia come musa ispiratrice e la propria interiorità come palcoscenico. Tutto questo in un modo intimo e al contempo viscerale. Un grido nel vuoto che però ha un'eco che rieccheggia nell'intimità dell'ascoltatore.

I brani sono 8 e si irradiano verso l'esterno come la luce di una lampadina accesa al centro di una stanza buia.

“Dormire poco” è l'ammissione di colpa, il ritratto dell'insonnia che poi non è altro che un'inquietudine condivisa. Una ninna nanna che è in realtà un richiamo al risveglio, al prendere consapevolezza di sé, all'esplorarsi negli infiniti strati di vulnerabilità che nascondiamo. L'album quindi si apre con un invito: “Cara, ti sei persa”, che è l'unico spiraglio sensato da cui partire.

Seguono “Tomba” e “Caduta”, due buchi neri che però ci restituiscono un po' di luce. Il fondo di certe riflessioni che ci fissa di rimando, restituendoci tutte quelle visioni e speranze che avevamo archiviato e dimenticato da qualche parte. Sepolti sotto i pesi del passato, o al contrario attratti dal luccichio di aspirazioni ingenue che ancora oggi ci sforziamo di rincorrere, veniamo sbalzati verso l'alto dalla profondità di quel che sentiamo. La musica restituisce lo sforzo di emergere da convinzioni troppo quadrate, cercando sempre e senza soluzione ciò che vogliamo per noi stessi. Il processo ci ferisce, ma la sua assenza ci inghiottirebbe come un abisso. Almeno respirare ci ricorda dove vorremmo essere, l'avvicinarsi dell'orizzonte poco prima dell'alba.

“Fabbrica” fa male, perché ci restituisce fedelmente il panorama di un mondo consumista che ci omologa per comodità. L'autenticità viene soffocata dal bisogno di rinchiudere i sogni nei cassetti, come “esche per gli avvoltoi” che non sanno che farsene di oggetti luccicanti e ispirazione poetica.

La quotidianità ci colpisce come una palla da demolizione, ma apre anche una crepa nel muro di illusioni da cui siamo circondati. E ci rende chiaro quanto sia importante trattenere un po' di luce in questi luoghi bui.

In questo senso “Rane” è proprio l'inno a non arrendersi, nella banalità dei propri sforzi di cui avevamo bisogno. Questo perché alla fine basta poco per coltivarsi intimamente, a dispetto di tutto. Accettando le difficoltà come docce di lezioni e cogliendo le giuste opportunità senza tradirsi. Il crescendo della melodia accompagna le prese di coscienza che suscita il testo in maniera solida, come una mano sulle spalle.

L'impennata continua con “Rovi”, che è una sorta di libretto di istruzioni in versi. Continua l'inquietudine del procedere per tentativi, ma resta forte anche la sensazione di dovere a se stessi una fedeltà di intima autodistruzione. Non importa il costo del percorso quanto le esigenze che ti muovono, che crescono con te e che ti impediscono di tornare sui tuoi passi. La pausa centrale prima dell'ultimo ritornello è il respiro profondo prima di un salto nel vuoto. Inevitabile, certo. Eppure fino all'ultimo credevi che non saresti riuscito a volare.

“Farò a botte contro l'ansia, senza denti ma coi morsi” potrebbe essere il mantra di un'intera generazione. In “Condividere” infatti ci viene restituita dai SAAM un'immagine fedele di una società claustrofobica e di strade a senso unico che rischiano di soffocare il richiamo verso se stessi.

Il bisogno di risultati e di uniformità ci costringe a dibatterci come falene tra distrazioni e priorità agonizzanti, al punto che per ritrovare la strada verso il cielo dobbiamo coscientemente decidere di andare contro alcuni dei nostri istinti acquisiti. Bisogna resistere alle correnti che tentano di portarci via, mentre tutto scorre attorno in direzioni casuali e ci strattona indietro.

Grazie al cielo questi flutti possiamo scaricarli, tramite “Grondaia”. Pochi versi e un'intenzione spiccata. Il punto finale di una riflessione profonda sul dibattersi in mondi piatti e cupi, emergendo infine con la piena affermazione di sé. I concetti penetrano nella coscienza in una serie di ripetizioni costruttive. Un mantra rock che ci attraversa come una corrente d'aria, capace di convogliare i nostri sforzi su un balcone da cui ammirare con calma la strada compiuta finora.

I SAAM in questo primo album raccolgono potenti intuizioni e prese di posizioni artistiche, che parlano dritte al cuore di problemi ormai fin troppo masticati ma che ancora ci lasciano impietriti. Si tratta solo del punto di partenza di un viaggio più lungo e produttivo, ma i testi pungono già al punto giusto e sembrano accennare a una visione più ampia che potremo esplorare forse presto.

 

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Il nuovo album viene definito “una bestia completamente diversa”.

I TV Dust si sono infatti già distinti sulla scena italiana come band synthpunk. Sergio Tingalli, Filippo Aloisi e Gaetano Pappalardo portano infatti sul palco batteria, basso e sintetizzatore. Sono di Milano, hanno inciso il loro primo album nel 2018 e tornano quest'anno con una raccolta di 11 brani che riafferma la loro identità marcata come anche una progressiva crescita e sperimentazione.

In un'intervista a Music.it del 2018, il gruppo si pone in maniera molto informale e spontanea. Sostiene che il proprio sia principalmente il risultato di una giusta combinazione di impulsività e istinto. L'ispirazione principale all'epoca era il jazz punk, anche per una certa attitudine all'improvvisazione che è stata poi coltivata quasi come una filosofia. I brani del primo ep in questo senso erano molto personali e vissuti sul momento. Cos'è cambiato ad oggi?

“Transition”è il quarto album dei TV Dust, ma viene definito come il loro primo debutto: “un’incredibile collezione di ritmi spericolati, mutant-wave, trance-funk, sbornie di sax striduli e assalti furiosi ma misteriosi.” In effetti l'ascolto dei nuovi brani ci trasporta in territori inesplorati. Le atmosfere potrebbero anche esserci familiari, ma è come abituarsi a una vista conosciuta scorsa da un nuovo punto di vista. Le musicalità vivaci e riflessive ci aiutano a valicare un confine e ad accettare la metamorfosi e il cambiamento. Non senza un certo grado di spontaneità, che resta la firma del sound di questo gruppo, la cui musica evolve senza però mai dimenticarsi la propria identità disordinata.

 


I brani non si comportano come vere e proprie tappe di un percorso. Sono più che altro esperienze fluide legate tra loro da un senso di curiosità e scoperta che affonda a tratti nell'esigenza problematica del conoscersi.

Si comincia subito coi ritmi incalzanti e provocatori di “Transition”, che da il nome poi all'intero album. Ci provoca e ci invita ad avvitarci in una spirale di esperienze confusionarie e tuttavia sensate, accompagnandoci verso l'identità specifica e distinta degli altri pezzi.

Segue “Last Call”, più malinconico e intrigante, un invito aperto a qualcosa che ci è ancora sconosciuto ma che non può non affascinarci appena oltre l'orizzonte, da lontano. E al contempo sottopelle, in qualche strato dell'essere che prima ci era precluso.

Dal solenne si passa ad atmosfere decisamente più scherzose e caotiche, città sporche, cieli nuvolosi e scritte al neon sullo sfondo di camminate senza metà e di insospettabili perle nascoste negli angoli più remoti.

“Why spuzz our” ci porta quasi al parossismo del presente, attimi di pura follia che emergono in uno stimolante connubio di instinto e impulso e che ci conquistano senza troppa fatica.

Più misterioso e intrigante è invece “Ivory”, che sembra quasi condurci per mano all'interno di un thriller inconscio e totalizzante, una porta che da su una strada buia, indizi a portata di mano e nessuna fretta di scoprire la verità.

Subito il tono cambia con “Fly”, che emerge spensierata per trasportarci altrove. Un'andatura saltellante e ipnotica che sa di nuovo, di occhi alzati verso il cielo e di pensieri che girano come una trottola. Ma le idee giuste trovano sempre qualche modo originale per sorprenderti.

Il mondo euforico e incalzante di “Lila” non può non conquistare, con i suoi sfondi sgranati e gli improvvisi picchi di colore. Un viaggio che vale la pena di fare, anche se probabilmente è già da tempo che ci si è persi chissà dove.

In “U say II” i toni cambiano di nuovo. Il ritmo rallenta, l'aspettativa cresce nuovamente e sembrainvitare all'introspezione come anche al mutuo diniego di una realtà che si fa insistente, chiusa ma che nasconde la propria luce in qualche luogo distante.

Nei 5 minuti di “Storm” il messaggio riesce a rintoccare più e più volte, cambiando ritmo, rincorrendo un senso che non c'è e che ci avviluppa in una dimensione parallela in cui i rumori caratteristici di un temporale ci raggiungono e circondano, facendoci sentire al contempo fermi e in movimento, circondati da un ambiente ostile e totalmente al sicuro.

Con “So” l'irriverenza torna e ci scrolla di dosso ogni briciola di serietà, spingendoci ad abbracciare il continuo cambiamento della realtà e colorarlo anche a modo nostro, tramite sogni, impressioni e imprevisti colpi di genio.

“Volcanic Collapse” chiude questo album imprevedibile e sfaccettato tornando ad ispirarsi al mondo naturale e trascendendolo. La batteria costruisce in modo perfetto, avendola poi mantenuta nel corso dell'intera raccolta, l'aspettativa dell'eruzione che infine ci permette di sfogare la tensione accumulata. Questi ultimi 8 minuti di brano si prendono il proprio tempo per sintetizzare e al contempo amplificare gli innumerevoli stili e intuizioni riuniti in quest'opera matura nel miglior senso del termine.

“Transition” è sicuramente un disco che andrà a soddisfare le aspettative degli affezionati del genere come pure, potenzialmente, a intercettare nei nuovi ascoltatori un bisogno primigenio di espressione creativa e musicalità del pensiero che non aveva ancora trovato uno sfogo.

 

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Recensioni a cura di Alessandra Innocenti


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