Lasciatemi qui. Lasciatemi, per sempre, in questo disco.
Sono inerme di fronte a questo muro di suono che amplifica, in maniera assolutamente perfetta, quei toni tristi che vivono nell’insoddisfazione e nell’amarezza. Armonie lontane che creano pattern sonori per viaggiare verso un mondo oscillante, trasportati da una tanto intima quanto “sporca” linea vocale. Anzi, questa linea vocale, a volte, è talmente melliflua da risultare pressappoco come una voce o un suono interiore, un’allucinazione sonora. Tuttavia è lì, presente, costante nel suo essere e nel suo non essere, a raccontare dell'alienazione, della memoria, della perdita. Insomma, a parlare di noi, genere umano.
I Mondaze arrivano da Faenza, dove si sono formati nel 2016. La prima raccolta di pezzi esce nel 2018 e si intitola Healing Dreams. E’ nel 2021, però, che il sound effettivo del gruppo vede la luce grazie al loro primo album, Late Bloom, che, grazie alle sue distorsioni fuzz riesce a diventare una produzione internazionale coinvolgendo label inglesi (Church Road Records) e statunitensi (Quietpanic), dando al gruppo una diffusione sicuramente più capillare, ma, soprattutto, un respiro molto internazionale.
Tre anni dopo, sono tornati con un nuovo disco. E che disco. Le influenze della subitaneità del grunge e quell’attitudine che sfociava in un certo suono hardcore dell’album d’esordio, hanno lasciato il passo ad un sound più maturo, più sedimentato, che ci porta ad un dualismo tra il muro di suono di cui prima e quelle melodie raffinate e diafane che tengono i brani sempre in alto.
Ma perché nasce questo disco? Nasce per scappare dalla routine quotidiana, dai ritmi di lavoro incessanti, dal mero consumismo. Nasce per cercare una scappatoia, una speranza in un qualcosa di diverso. In un mondo in cui non c’è posto per la meraviglia, dice la band, c’è per forza alienazione e loro hanno avuto il bisogno di affrontare tutto questo, di parlarne e di esorcizzare questo cedimento.
I Mondaze sono riusciti a mascherare il loro senso di intorpidimento nei confronti della vita sotto strati e strati di chitarre distorte. Il pezzo forte, però, è quello della linea vocale. Così distante, così inafferrabile. Non lo so, forse è stata solamente una mia percezione durante l’ascolto del disco, o forse è un gancio forzato, ma questa voce sfuggente l’ho vista come una metafora di tutto ciò di cui abbiamo appena parlato. I Mondaze hanno cercato, invani, la contemplazione. L’hanno bramata, l’hanno anche intravista, eppure, a causa di questo mondo così frenetico e monotono, non sono riusciti ad afferrarla. Lei, la contemplazione, la meraviglia, è rimasta, però, ferma lì in quel punto preciso, sullo sfondo di una vita intera. Come la loro linea vocale, che c’è, ma noi, come Icaro col sole, non riusciamo ad avvicinarci a sufficienza. E rimaniamo qui, tra i nostri desideri preconfezionati ed indotti artificialmente, sperando nel cambiamento. Forse intrappolati, anche se qualche via d’uscita c’è. Però, lo ammetto, se dovessi essere intrappolato da qualche parte, come ho detto all’inizio, intrappolatemi in Linger. Per favore.
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A Torino inizia a fare freddo. Le giornate iniziano ad essere incredibilmente corte e la luce va via presto. Sarò banale, ma inizia il mio periodo preferito dell’anno.
Uscire di casa, cercare del calore stringendosi tra le spalle. Mettersi le cuffie e partire.
Camminare, camminare e camminare, anche senza meta. Ascoltare musica e basta. Ecco, secondo me, ci sono degli album apposta per fare questa cosa. L’EP d’esordio dei Milo rientra proprio in questa categoria. Ci penso, costantemente, da qualche giorno. Ce l’ho in loop fisso, alla ricerca di calore e distrazione.
Andiamo con calma.
I Milo arrivano dalla provincia, dalla provincia di Ancona più precisamente. Il loro è un progetto che nasce e che parte da lontano, da una casa in campagna e da tutte le loro esperienze pregresse, dai loro percorsi interrotti e da tutte quelle cose che hanno scoperto insieme suonando e scoprendosi volta per volta. C’è la voglia di allontanarsi dalla provincia, di creare qualcosa di nuovo. La gestazione di questi venti minuti circa di musica parte tre anni fa. Nel corso di questi anni i vari brani saranno stati riscritti e riarrangiati Dio solo sa quante volte e, ad oggi, anche senza conoscere personalmente la band, son dell’idea che se potessero li modificherebbero ancora e ancora.
Ed è giusto.
Queste cinque tracce sono la summa di ciò che sono i tre componenti dei Milo e ogni giorno che passa, ogni volta che suonano, di fatto, cambiano un po’. Cambiano le emozioni, le esperienze. Quindi cambia la musica, specie la loro, che non suona per rimanere ferma immobile nell’etere, ma che si muove e si trasforma ogni volta che viene ascoltata. Le loro chitarre, la batteria. Tutto cambia, tutto attraversa il corpo ed il cervello di chi ascolta trasmettendo qualcosa di diverso. Ogni singola volta.
Credo che sia questo il fulcro, almeno il mio, di questo EP: il suo non essere mai lo stesso, il suo essere sempre in movimento.
Come chi d’inverno esce di casa con le cuffie in testa e si abbandona alla musica.
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