Dagerman. e Lamante Iniziamo l'anno riascoltando il meglio del 2024 | recensione di "tragedie | VIVERE" e "In Memoria Di"

dagerman. - tragedie | VIVERE

Dalle profondità underground milanese, più per la precisione dal centro sociale occupato COX18, è emerso qualche mese fa il progetto dagerman. , composto da cinque membri immersi da tempo nella scena screamo, una sorta di supergruppo che si prefigge l’obiettivo di un sound nudo e crudo, alimentato da un background letterario al quale devono il loro nome. 

tragedie | VIVERE è più un inno che un album debutto: si apre con luogo | PROGETTARE, che descrive una relazione tra uno spazio non specificato e la sensazione di prigionia e costrizione che esso trasmette, con un conseguente tentativo disperato di ricerca di qualcosa per cui combattere all’interno delle sua mura. La seconda traccia, inquietudine | SUBLIMARE, racconta una ricerca spasmodica e viscerale di qualcosa di nascosto negli spazi liminali, in quei momenti di slancio disperato, come una preghiera nella speranza dell’arrivo di una rivoluzione, di un cambiamento, che pare sfumare sempre più e lasciare spazio alla disperazione piuttosto che alla vana speranza. Il sentimento di inquietudine si ramifica verso uno stadio più materiale, si trasforma in rabbia verso un mondo che materializza, sfrutta, spegne. Questo il tema urlato in oggetto | PRODURRE, una polemica diretta e cruda al capitalismo e all’alienazione che esso comporta. attesa | ESISTERE si apre con una domanda, profondamente legata al tema del testo precedente: “che stiamo a fare qui?”: in una società come quella attuale, un’onda di schifo ci assale quotidianamente, al punto da non poter fare altro, spesso, che stare inermi a guardare la tragedia realizzarsi, fatta delle morti di ideologie, lotte, valori, persone, e le quali vittime spariranno nel nulla in silenzio. niente | AVERE parla di possesso, di un accumulo spasmodico, con l’illusione che tutto quello che tutto quello che di materiale abbiamo raccolto sia nostro per sempre, a distrarci dalla consapevolezza che prima o poi abbandoneremo il mondo fisico, e con esso tutti i nostri averi. Alla traccia precedente si contrappone direzione | OPPORRE, che invece celebra quello che resta di immateriale: tutti coloro che nel tempo non hanno mollato e hanno conservato la sete di cambiamento, che portano addosso i segni delle lotte precedenti e il ricordo di chi ne ha fatto parte, un motto di resistenza in faccia a chi ha smesso di credere. In equazione | AMARE trova posto una fragilità immensa, gridata in poche parole taglienti, come se fosse cantata dagli stessi bambini che ispirano il testo. Si parla di genitori e figli, di ricordi d’affetto e di schiaffi, e del vuoto che lascia chi si dovrebbe prendere cura di noi ma lascia solo macerie. L'album si chiude con domande | FINIRE, un punto di domanda alla fine di un viaggio tra domande e ricordi in un testo esistenziale che lascia trasparire un sentimento di casa.

 


Lamante - In memoria di

Lamante, nella vita Giorgia Pietribiasi, ci regala una piccola biografia con "In memoria di”, esordio venuto fuori da tre anni di lavoro e una selezione dei brani fatta con cura, proprio come si farebbe con un regalo ad un amico: un megafono che parla con una voce femminile, tremante di rabbia e di nostalgia, un flusso cangiante di sentimenti e tonalità. Le tracce si snodano come un album di foto, partendo da “Come volevi essere", un interrogatorio materno a una piccola sè, che si trasforma in confessione, dando il kick al resto dei temi. Di canzone in canzone si compongono come puzze tutte le sfumature di una vita complessa, tessuta intrecciandosi con gli altri, i luoghi, sé stessi e il proprio corpo. Un volo sopra la mancanza di una casa, soprattutto in “Ultimo piano” e “La nostra prova di danza”, che sono tour tra macerie di ricordi restaurate per essere raccontate, una visita guidata in un museo, in cui le esposizioni sono fatte di sesso, persone che vanno e che vengono, autoritratti con scritte le date. In “Annamaria” e “Guerra e pace" infatti, si parla delle relazioni con gli altri come specchio del proprio passato, due confidenze fatte a persone diverse, una a sè stessa e l’altra ai propri cari. Grazie a brani come “Prima di te”, “è proprio così” ed “Ebano” abbiamo accesso anche al suo modo di amare, ostacolato nell'esprimersi dalla paura di non essere abbastanza, ma non per questo meno viscerale e devastante. Alla delicata profondità dell’affetto si contrappone la rabbia di “Non chiamarmi bella” e “Rossetto”: virando su sonorità quasi punk, decostruisce da un pov femminile il rituale obsoleto del corteggiare e l’influenza dei bias sociali sulla percezione di sé in quanto donna. Il penultimo brano, “Ciao cari” è una lettera in musica, un testamento dell’anima nel quale tra le lacrime grida di non essere ancora di morta, accasciandosi dolcemente nel ritorno a casa de “il mio risveglio”, perché in viaggio spesso la fine è l’inizio sono lo stesso posto.


Recensioni a cura di Anna Alberti

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