dagerman. - tragedie | VIVERE
Dalle profondità underground milanese, più per
la precisione dal centro sociale occupato COX18, è emerso qualche mese fa il
progetto dagerman. , composto da cinque membri immersi da tempo nella scena
screamo, una sorta di supergruppo che si prefigge l’obiettivo di un sound nudo
e crudo, alimentato da un background letterario al quale devono il loro
nome.
tragedie | VIVERE è più un inno che un album
debutto: si apre con luogo | PROGETTARE, che descrive una relazione tra uno
spazio non specificato e la sensazione di prigionia e costrizione che esso
trasmette, con un conseguente tentativo disperato di ricerca di qualcosa per
cui combattere all’interno delle sua mura. La seconda traccia,
inquietudine | SUBLIMARE, racconta una ricerca spasmodica e viscerale di qualcosa
di nascosto negli spazi liminali, in quei momenti di slancio disperato, come
una preghiera nella speranza dell’arrivo di una rivoluzione, di un cambiamento,
che pare sfumare sempre più e lasciare spazio alla disperazione piuttosto che
alla vana speranza. Il sentimento di inquietudine si ramifica verso uno stadio
più materiale, si trasforma in rabbia verso un mondo che materializza, sfrutta,
spegne. Questo il tema urlato in oggetto | PRODURRE, una polemica diretta e cruda
al capitalismo e all’alienazione che esso comporta. attesa | ESISTERE si apre con
una domanda, profondamente legata al tema del testo precedente: “che stiamo a
fare qui?”: in una società come quella attuale, un’onda di schifo ci assale
quotidianamente, al punto da non poter fare altro, spesso, che stare inermi a
guardare la tragedia realizzarsi, fatta delle morti di ideologie, lotte,
valori, persone, e le quali vittime spariranno nel nulla in silenzio.
niente | AVERE parla di possesso, di un accumulo spasmodico, con l’illusione che
tutto quello che tutto quello che di materiale abbiamo raccolto sia nostro per
sempre, a distrarci dalla consapevolezza che prima o poi abbandoneremo il mondo
fisico, e con esso tutti i nostri averi. Alla traccia precedente si contrappone
direzione | OPPORRE, che invece celebra quello che resta di immateriale: tutti
coloro che nel tempo non hanno mollato e hanno conservato la sete di
cambiamento, che portano addosso i segni delle lotte precedenti e il ricordo di
chi ne ha fatto parte, un motto di resistenza in faccia a chi ha smesso di
credere. In equazione | AMARE trova posto una fragilità immensa, gridata in poche
parole taglienti, come se fosse cantata dagli stessi bambini che ispirano il
testo. Si parla di genitori e figli, di ricordi d’affetto e di schiaffi, e del
vuoto che lascia chi si dovrebbe prendere cura di noi ma lascia solo macerie.
L'album si chiude con domande | FINIRE, un punto di domanda alla fine di un
viaggio tra domande e ricordi in un testo esistenziale che lascia trasparire un
sentimento di casa.
Lamante - In memoria di
Lamante, nella vita Giorgia Pietribiasi, ci
regala una piccola biografia con "In memoria di”, esordio venuto fuori da
tre anni di lavoro e una selezione dei brani fatta con cura, proprio come si
farebbe con un regalo ad un amico: un megafono che parla con una voce femminile,
tremante di rabbia e di nostalgia, un flusso cangiante di sentimenti e
tonalità . Le tracce si snodano come un album di foto, partendo da “Come volevi
essere", un interrogatorio materno a una piccola sè, che si trasforma in
confessione, dando il kick al resto dei temi. Di canzone in canzone si
compongono come puzze tutte le sfumature di una vita complessa, tessuta
intrecciandosi con gli altri, i luoghi, sé stessi e il proprio corpo. Un volo
sopra la mancanza di una casa, soprattutto in “Ultimo piano” e “La nostra prova
di danza”, che sono tour tra macerie di ricordi restaurate per essere
raccontate, una visita guidata in un museo, in cui le esposizioni sono fatte di
sesso, persone che vanno e che vengono, autoritratti con scritte le date. In
“Annamaria” e “Guerra e pace" infatti, si parla delle relazioni con gli
altri come specchio del proprio passato, due confidenze fatte a persone
diverse, una a sè stessa e l’altra ai propri cari. Grazie a brani come “Prima
di te”, “è proprio così” ed “Ebano” abbiamo accesso anche al suo modo di amare,
ostacolato nell'esprimersi dalla paura di non essere abbastanza, ma non per
questo meno viscerale e devastante. Alla delicata profondità dell’affetto si
contrappone la rabbia di “Non chiamarmi bella” e “Rossetto”: virando su
sonorità quasi punk, decostruisce da un pov femminile il rituale obsoleto del
corteggiare e l’influenza dei bias sociali sulla percezione di sé in quanto
donna. Il penultimo brano, “Ciao cari” è una lettera in musica, un testamento
dell’anima nel quale tra le lacrime grida di non essere ancora di morta,
accasciandosi dolcemente nel ritorno a casa de “il mio risveglio”, perché in
viaggio spesso la fine è l’inizio sono lo stesso posto.
Recensioni a cura di Anna Alberti


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