Scoperte magiche tra Qlowski e Ottone Pesante

 


Un sipario si alza su un immaginario distopico: The Wound, il secondo album dei londinesi Qlowski, mette in scena un mondo nascosto e inquieto. Non è solo un disco da ascoltare, ma un’esperienza da attraversare, un viaggio sonoro che fluttua tra cicli di rabbia, nostalgia e speranza, capace di essere feroce e delicato allo stesso tempo.

Con l’aggiunta di Christian, Lucy e James, la band evolve in un vero e proprio collettivo, affiancando i membri fondatori Mickey e Cecilia. L’album si spinge oltre i confini del loro debutto Quale Futuro?, ampliando il vocabolario musicale con drum pad, drum machine e sintetizzatori analogici. La produzione di Daniel Fox (Gilla Band) dona al progetto una complessità sonora che spazia dal punk e art-pop fino al funk angolare e ai paesaggi kosmische, alternando caos, groove sincopati ed estasi.

I riferimenti musicali si intrecciano come fili invisibili: i riverberi e le linee di basso sembrano usciti da un album dei Cure, mentre l’atmosfera stratificata ricorda a tratti il penultimo lavoro dei Fontaines D.C. La voce di Mickey, potente e intensa, richiama quella di Joe Talbot degli Idles, oscillando tra vulnerabilità e urgenza, come una confessione gridata al mondo.

L’album segue un percorso coeso che si snoda tra momenti più oscuri e tracce euforiche, evocando l’idea di vagare in un bosco avvolto dalla nebbia, dove ogni suono appare spettrale e familiare al tempo stesso. Si apre con l’intro malinconica Thirteen, subito seguita dall’irruenza di The Wound, che dà il titolo all’album e ne sintetizza la poetica fatta di conflitto e guarigione.




Brani come Desire fondono la desolazione anarco-punk con la malinconia elettronica alla New Order, mentre Surrender pulsa di riverberi e atmosfere gotiche, come un inedito dei Cure prodotto da Martin Hannett. Pezzi più dinamici come Mastering the Motions e It May Change flirtano con un funk nervoso e saltellante che ricorda l’approccio angolare dei Pylon e delle iconiche Kleenex.

Le atmosfere si fanno più introspettive e sognanti in A Vision e Praxis, dove i synth analogici e la voce di Cecilia brillano in un delicato intreccio dream-pop. La potenza emotiva di Stronger Man e la tensione oscura di In Cold Blood rivelano il lato più cupo e riflessivo dell’album, mentre la traccia Can You (Love Song for N.K.) introduce un tocco più intimo e romantico. L’album si chiude con Off the Grass, una ballata sospesa, quasi come se, dopo tutto il tumulto, restasse solo il silenzio della nebbia che si dirada.

The Wound è figlio di anni difficili, nato tra le strade di Londra, durante proteste, marce e incontri del Renters’ Union. Ma più che celebrare il trionfo o arrendersi alla sconfitta, i Qlowski scelgono di abbracciare la complessità: anche quando si vaga tra le rovine, c’è ancora spazio per resistere.

 









Scrolls of War non si limita a essere un semplice disco, ma propone un’esperienza immersiva, dove la violenza sonora e la profondità concettuale si fondono per rileggere il legame ancestrale tra guerra e musica. Il trio brasscore – composto da Francesco Bucci (trombone e tuba), Paolo Raineri (tromba e flicorno) e Beppe Mondini (batteria e percussioni) – supera ancora una volta i limiti delle convenzioni.

L’album, primo capitolo di una trilogia, prende ispirazione dai Rotoli della Guerra, antichi testi ritrovati a Qumran (Palestina) che descrivono con crudo realismo il modo in cui l’umanità ha santificato la guerra. Tuttavia, il gruppo non si limita alla storia antica: il tema della guerra diventa una lente per analizzare le cicatrici contemporanee e il paradosso dei conflitti che, ancora oggi, devastano il mondo. In questo viaggio tra archeologia e mitologia, la musica diventa veicolo per esorcizzare la violenza, e gli ottoni si trasformano da strumenti di battaglia in strumenti d’arte. 

Si apre con una dichiarazione di intenti. Late Bronze Age Collapse, arricchito dai synth di Shane Embury (Napalm Death), racconta il crollo dell’età del bronzo, un’epoca che ha segnato l’inizio di interminabili conflitti. L’atmosfera è tesa e opprimente: strumenti digitali e analogici si intrecciano in una tessitura ossessiva, evocando la sensazione di essere immersi nel caos di una battaglia. La batteria scandisce un ritmo serrato e implacabile, mentre trombone e tromba si alternano tra detonazioni rabbiose e lamenti struggenti, trascinando l’ascoltatore in un vortice emotivo carico di pathos.

 


Con Sons of Darkness Against Sons of Shit la musica assume una veste ancora più cupa e feroce. Gli ottoni si tingono di tonalità metal e costruiscono un crescendo opprimente che culmina in un finale in cui urla e noise si fondono in un caos controllato. Il pezzo sembra tradurre musicalmente i contenuti dei Rotoli della Guerra, in cui dolore e distruzione sono elementi centrali. La band riesce a evocare una colonna sonora perfetta per una battaglia epica e disperata, in cui la luce della speranza è ormai assente.  

Men Kill, Children Die inserisce un momento di decompressione nell’album. L’atmosfera si fa più lenta e dilatata, grazie a sonorità doom che enfatizzano il peso emotivo del titolo. I fiati, qui, sembrano sospesi tra il richiamo al sacro e la disperazione, mentre squilli di tromba isolati emergono come eco lontane, quasi preannunciando nuovi conflitti. Il brano è una pausa inquieta, più che un vero respiro, e prepara il terreno per la furia che seguirà.

 Teruwah, termine ebraico che significa “grido” o “pianto,” evoca i richiami di battaglia delle antiche tradizioni. Il brano si sviluppa come un vortice di sonorità brutali e melodie dissonanti. La batteria è inarrestabile, tessendo ritmi incessanti che lasciano poco spazio al respiro. In questa traccia, il trio dimostra un perfetto equilibrio tra potenza e precisione, offrendo momenti di pura esaltazione sonora e culminando in una chiusura graduale che dipinge un epilogo inquieto.

 


Il brano Battle of Qadesh trascina l’ascoltatore nel pieno di uno degli scontri più celebri dell’antichità. L’apertura solenne e quasi cerimoniale lascia presto spazio a passaggi ritmici serrati, che ricreano la tensione e il caos di una battaglia. La tensione cresce ulteriormente con l’ingresso della voce di Lili Refrain fondendosi armoniosamente e intensificando l’impatto emotivo del brano.

In questo pezzo, Ottone Pesante raggiunge il culmine della brutalità. Slaughter of The Slains propone un’atmosfera tesa e soffocante: ogni nota è una pugnalata, ogni colpo di batteria un’esplosione. Le sonorità doom introdotte in Men Kill, Children Die tornano qui in una versione ancora più feroce, portando l’ascoltatore in una spirale di distruzione senza ritorno. Il brano è un trionfo di caos e potenza. 

L’album si chiude con Seven. Questo pezzo finale, caratterizzato da un caos armonioso — un’ironica fusione di elementi opposti — chiude splendidamente l’intero progetto. La sua conclusione riesce a creare un contrasto affascinante con le intense e tumultuose tracce precedenti, lasciando una sensazione di riflessione, come se si chiudesse il sipario su un racconto complesso.

 

Scrolls of War è un’opera che unisce brutalità sonora e profondità concettuale in un equilibrio sorprendente. Con questo lavoro, il trio apre nuove strade sia sul piano musicale che concettuale, mettendo in discussione il ruolo tradizionale degli strumenti a fiato. Gli ottoni, da sempre associati a scenari di battaglia, vengono qui reinventati come simboli di resistenza e di creazione artistica.




Articolo a cura di Anna Pili

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