Only e Jorelia rendono il nostro settembre più hardcore. Recensione

 Only/Barabbas, du förtappade

“Un battito inquieto che risuona nel petto, il tepore della notte riaccende ricordi offuscati”; riassunto perfetto di ciò che vi potete aspettare da questo particolare EP degli “Only”, band che affonda le radici non solo in Italia ma bensì in Regno Unito (Scozia) e pure oltreoceano (Venezuela).

Concetto singolare poiché si tratta di uno split-EP, diviso equamente a livello di tracce con una band svedese, che non va a risparmio in quanto energia da cacciar fuori: i “Barabbas, du förtappade”.

Sei brani in totale: i primi tre targati “Only” trasmettono all’ascoltatore delle emozioni crude, è un viaggio nei ricordi estremamente sincero.

La prima traccia in particolare ci parla di come un oggetto qualsiasi possa rievocare in noi sentimenti veramente forti di cui forse ci eravamo scordati, a cui non si è dato più alcun peso col trascorrere degli anni. Il titolo è infatti “Simple Subjects”; si percepisce la paura di ricordarsi chi sei stato e ciò che hai vissuto: “Filling a notebook with memories, the words I wrote, laying with grief”.

Da questo scenario simil soffitta di una casa ormai lasciata in balia alla polvere e agli insetti, ci presentano “Sinestesia dei Sensi”, traccia da cui è tratto il verso in apertura. Rimaniamo in un ambiente tetro, ed è proprio così che, questa volta in italiano, ci cantano di contrasti sensoriali: rumore bianco e silenzio assordante, luce soffusa che ci stordisce: “Sinestesia dei sensi, fusione perfetta”.

Si chiude questa trilogia con “Still Life”, un quadro raffigurante una natura morta che alla fine sembra (stranamente) voler tentare ancora un respiro. Brano che tratta dell’inevitabilità della morte, colmo di metafore sul grigiore del passare del tempo: “As if the death that once was near, has found a way to cheat its course, for this moment frozen in time, the still life lives and breathes new life”.

La band svedese ci colpisce direttamente allo stomaco, tramite le sonorità e le parole pronunciate: è presente una critica crescente pezzo in pezzo, ad un sistema all’interno del quale è difficile ritrovarsi. “Burn Them Alive”, “Shame” e “Kafkaesque Reality of Putinist Russia” sono i titoli che chiudono questo EP sperimentale tra due band con idee molto chiare e suoni assolutamente decisi; collab riuscitissima e decisa dopo un live a Berlino, contesto informale, di amicizia e di pura ammirazione l’uno per la musica dell’altro, tutto molto punk.

Jorelia – Representing Northern Italy Hardcore

Jorelia, 8 giugno 2024, primi giorni di afa estiva e loro decidono di uscire allo scoperto con una mina che spazzerà via tutto. Il titolo lascia poco spazio all’immaginazione ma va benissimo così: “Representing Northern Italy Hardcore”.

Loro vengono da Pavia, sono in cinque, e dire che c’è rabbia non è abbastanza in questo caso, poiché si percepisce un vero e proprio bisogno di farle arrivare dritte in faccia le parole, come caricate su una sberla.

Questi 17 minuti di pura critica si aprono con l’unico singolo uscito in precedenza: “Clown”, concetto ben spiegato dall’inizio alla fine. “This one is for all your fake ass wannabes, that talk shit behind a thousand-dollar phone that your daddy bought you”, primi versi esplicativi di tutto il pezzo; parlano di come percepiscono casa loro, il nord Italia più in generale, ed esprimono senza mezzi termini il loro sentimento avverso nei confronti della ricchezza sfrontata; parlano di essere sinceri e di come tutti siano “a bunch of copycats”.

Seguono due tracce molto forti, con un’impronta hip-hop, che trattano di ideali e di legami: “Fools’ Idol” e “Trust No One”, anche unici feat. dell’EP.

Nella prima la tematica più persistente è quella della corruzione, legata anche all’arrivismo: Jorelia e Recount sono assolutamente d’accordo e riescono perfettamente a fondere i due argomenti. “Ain't no price on happiness so don't try to buy it, all that self-boasting makes me sick, ‘cause if you love yourself so much why don't you suck your own dick […]  I just don’t give a fuck, about your money, I just don't give a fuck, your ideologies, I just don't give a fuck, you're nothing but a bunch of circle jerks, corrupt individuals I don't wanna end up like you”.

Con il secondo ft. si parla di fratelli perduti, si afferma di non voler più essere vittime dei manipolatori che ormai lo fanno di “professione”, si cerca una sorta di riscatto da questo tipo di situazione. Si manifesta una mancanza di fiducia nel prossimo: “I’ve called you brother for a very long time, this mistake won’t happen twice, who (who are you?), that’s something I never knew, a coward, a liar, manipulator, go to hell you fuckin’ traitor”.

“Trail of Lies” si concentra sui cambiamenti, propri e delle persone che ci circondano; c’è tanta insicurezza accompagnata dall’affrontare la vita con un temperamento hardcore: “Torn and tattered, rotten to the core, I can't handle this feeling anymore, acrimony blackens my vision, acrimony corrupts my decisions […] I have followed your trail of lies […] You will face the consenquences”, sentirsi male e far sentire male chi te l’ha causato, questa è la dose di vendetta che ci iniettano i Jorelia.

Un affronto è l’ultimo brano cantato, “Six Feet Deep”, sottoterra qb per posizionare gli oppressori e i bigotti. Andare avanti senza farsi fare il lavaggio del cervello, alzarsi in piedi e rimanerci con tutte le forze, lottare contro il giudizio. “Stand tall and know your worth”, con queste idee la band vuole chiudere questo breve ma intenso percorso che è stato il loro EP.

Infine l’outro che hanno saggiamente scelto di chiamare “Intro”, inaspettatamente chill, 1 minuto e 25sec di puro hip-hop, l’unica senza quel temperamento punk che li caratterizza, e conclusione di sei tracce demolitrici che ci hanno straziato ma rafforzato.




Recensioni a cura di Giorgia Valeri

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