Visconti è uno, siamo tutti, e come lui non c’è nessuno. È l’amico con cui ti lamenti di quanto faccia schifo la vostra città, di quante cose sbagliate ci siano al mondo. Visconti sei tu che camminando verso casa guardi i palazzi e la gente e ti senti fuori posto, che ti incazzi perché qui non cambia mai niente, perché hai vent'anni e non sai dove andare. È proprio a vent’anni che con la mazzata della pandemia decide di produrre un album, DPCM, curandolo in ogni aspetto, come catarsi in risposta alla consapevolezza che i giorni passati in eremitaggio non torneranno mai più. Sotto l’etichetta Dischi Sotterranei, nel 2022, inizia un tour italiano che lo porta ad aprire concerti di nomi di un certo livello, come Verdena e Fulminacci. Quest’anno a distanza di poco più di un mese l’una dall’altra, Visconti rilascia due track, che rappresentano due delle mille di facce di una rottura. “Salsa Rosa” racconta dei fantasmi di una relazione passata, di come la vita scorra intorno a chi soffre indifferente, senza lasciare il tempo di ricordare il sapore di quello che c’è stato. Di come la gente che ci attraversa non sa che in loro c’è sempre un dettaglio che ci ricorda quella persona, e del bisogno di trovare una “salsa” con cui condire questa malinconia perenne per renderla commestibile. “Disordine” parla dello stesso tema visto dall’interno, si concentra sugli strascichi del post relazione, sulle ferite che resteranno aperte perché con la distanza non si possono rimarginare. È un’ammissione di colpa e una denuncia, un continuo rimbalzare di “ti ricordi quando” destinato a perdersi perché come lui stesso ammette “non resteranno che avanzi”. Entrambi i singoli conservano quel background cantautoriale che Visconti ha trasformato nel suo marchio di fabbrica, ma mentre lo sfogo di “Salsa Rosa” sfrutta delle sonorità più post punk, “Disordine”, soprattutto nel ritornello, ricorda quasi indie e pop punk, nel tentativo di condividere l’ondata di nostalgia portata dai ricordi.
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● Astio: Inverno
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Con
uno shoegaze dalle note dark, che risuona in una periferia desolata e deserta,
gli ultranøia debuttano condividendo la loro realtà. Nel 2023 sotto Kosmica
Dischi inizia il progetto del primo EP “astratta”, uscito questo 17 maggio, con
in apertura il brano omonimo, che si prefigge un percorso di catarsi viscerale,
lenito e amplificato dalla musica. Il primo pezzo “astratta” parla di una delle
fasi di questa catarsi: la dissociazione dal mondo circostante, la perdizione
in uno spazio liminare che sembra l’unico posto nel quale poter “tornare a
respirare”, nel quale l’ascoltatore viene accompagnato con delicatezza come nel
tentativo di essere messo al riparo. Questo spazio si estende in “silenzio”,
che descrive sia la capacità di percepire che c’è qualcuno nella stessa
situazione al di fuori, “pochi ma vuoti”, sia l’impossibilità di comunicare,
che si riduce ad un grido interiore. “cinica” introduce uno spiraglio di
malinconia, un “conato” che scuote il torpore dello spazio astratto come una
sbronza, e che viene combattuto con la stessa distanza e freddezza raccontata
in “Astratta”, nel tentativo di non lasciarsi andare ai ricordi. L’EP si chiude
con “sparire” che parla della tristezza vissuta con l’altro, della fine di un
rapporto basato sul reciproco tentativo di insinuarsi nell’abisso uno
dell’altro, che lascia solo la possibilità di decidere come finire la
relazione. Nonostante i temi scelti, gli ultranøia propongono “astratta” come
un viaggio di redenzione e catarsi per poi tornare ad apprezzare la vita, un
percorso difficile al fonde del quale, però, c’è luce. “Quanta pioggia serve per accorgersi del
cielo”?
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Articolo a cura di Anna Alberti


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