La musica, da sempre simbolo di arte e cultura, può trasformarsi in un’arma potente e letale. Lontano dalle note che ispirano emozioni o celebrano la bellezza, esiste un lato oscuro del suono: la sonic warfare termine che indica l’uso della musica e delle frequenze sonore come strumento di oppressione e tortura. La storia del suono come arma è antica, ma è nel XX e XXI secolo che le tattiche di guerra sonora hanno raggiunto livelli di sofisticazione inquietanti. Dai campi di battaglia alle stanze di interrogatorio, il potere del suono è stato impiegato per spezzare la resistenza fisica e psicologica dei nemici, sollevando importanti questioni etiche e politiche.
Cos’è la sonic warfare?
Il termine “sonic warfare” è emerso con forza durante le operazioni militari statunitensi negli anni ‘80 e ‘90. Uno degli esempi più noti è l’uso della musica a volume assordante durante gli assedi, come nel caso del conflitto a Panama nel 1989. Durante l’operazione per catturare Manuel Noriega, le forze armate americane circondarono l’ambasciata dove il dittatore si era rifugiato e bombardarono il luogo con brani ad altissimo volume. Metallica, Slayer e persino canzoni pop come I Fought the Law dei Clash vennero utilizzate per destabilizzare psicologicamente Noriega e i suoi uomini, costringendoli inne alla resa. Un altro episodio riguarda l’occupazione dell’Iraq, la musica è stata regolarmente utilizzata come strumento di tortura nei centri di detenzione. Prigionieri venivano sottoposti a sessioni di ascolto prolungato di brani come Enter Sandman dei Metallica o Bodies dei Drowning Pool, riprodotti in loop e a volume estremo, provocando ansia, insonnia e persino allucinazioni.
La sonic warfare non riguarda solamente la musica ma sfrutta anche frequenze sonore specifiche, spesso non udibili all’orecchio umano, per generare effetti debilitanti chiamatisi infrasuoni che con frequenze inferiori ai 20 Hz, possono causare disorientamento, nausea e senso di panico. Esistono anche le frequenze ultrasuoni le quali possono danneggiare l’udito o creare disagio estremo. Queste tecniche non solo mettono alla prova i limiti fisici dell’essere umano, ma sollevano anche dubbi etici profondi. L’uso del suono per infliggere sofferenza rappresenta una forma di violenza meno visibile, ma altrettanto devastante dato che conferisce effetti permanenti nel tempo, lasciando cicatrici mentali e fisiche.
La riflessione sull’uso della musica come arma porta inevitabilmente a interrogarsi sul potere del suono e sull’etica del suo utilizzo. La musica, capace di unire, ispirare e guarire, può essere trasformata in un’arma quando decontestualizzata e manipolata. Un paradosso che evidenzia quanto il suono sia una forza potente e neutrale, il cui significato dipende dall’uso che se ne fa. Il recente libro pubblicato da Nero Editions: Sonic Warfare, esplora proprio queste tematiche, analizzando la relazione tra suono, politica e potere. Attraverso una prospettiva storica e culturale, il testo getta luce sull’oscuro utilizzo del suono nei conflitti e nei regimi autoritari, evidenziando come il controllo delle frequenze sonore possa diventare uno strumento di dominio. L’uso della musica come arma di guerra ci costringe a ripensare il nostro rapporto con il suono.
Come possiamo proteggere un’arte così preziosa dalla strumentalizzazione violenta? E quali limiti etici dovrebbero essere imposti? In un mondo in cui il suono può essere tanto un’arma quanto una cura, la responsabilità di chi crea, diffonde e utilizza la musica non è mai stata così grande. Per approfondire il tema, il libro Sonic Warfare di Nero Editions offre una lettura essenziale per chi vuole comprendere le implicazioni culturali, politiche e psicologiche di questa inquietante forma di conflitto sonoro.
Articolo a cura di Elisabetta Reina
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