“Effetto della veduta d’Insieme” è un album quasi metafisico, la descrizione di un’odissea cosmica ma personale, di cui i Radura hanno scritto la colonna sonora, slanciandosi tra un ventaglio vastissimo di generi per abbracciarne tutte le fasi.

 


LA LUCE CHE COPRE GLI ANGOLI

“ Tornerò a me stesso quando sarò il sole / che muove la forma della foresta”

 

Il brano ruota attorno alla similitudine tra la persona e la foresta, rappresentandone la complessità ma anche l’impatto che il “marcio” ha su questo labile ecosistema.

“Tornerò a me stesso quando sarò il sole” infatti sottolinea l’importanza del prendersi cura della propria foresta, della responsabilità nel porsi verso di essa con la giusta energia positiva per contrastare la precedente decadenza.

“che muove la foresta” ribadisce quanto si è in balia, nel bene e nel male, di come scegliamo di approcciarci ad essa, e di come l’approccio provochi conseguenze.

 

SE QUESTA è LA NOSTRA FESTA

“Ho dato fuoco a tutti gli arbusti, ho cancellato tutti i nomi/ di questa città non è rimasto che un intreccio di linee/ incapaci di raccontarmi/ incapaci di racchiudermi”

 

Il distacco dalla routine familiare e monotona e il progressivo sfumare di sé stessi, la fuga da un ambiente che soffoca come le spire di un serpente portano alla voglia di eliminare le tracce di un passato che non si riconosce.

“Ho dato fuoco a tutti gli arbusti, ho cancellato tutti i nomi” parla proprio di questo lavoro rabbioso di eliminazione di radici e memorie, di un processo catartico e irreversibile di cancellazione di una vita precedente.

La mancanza di attaccamento lascia in uno stato quasi confusionale, “di questa città non è rimasto che un intreccio di linee”:  quello che fino a poco prima era confortante normalità sembra un mondo distopico, un groviglio senza né inizio né fine, un susseguirsi di luoghi e strade senza identità.

“incapaci di raccontarmi/ incapaci di racchiudermi” mette nero su bianco il compiuto distacco, la presa di coscienza che si è ormai troppo estranei per sentirsi parte di una passata monotonia, trasformati in qualcosa di completamente nuovo, indefinibile e alieno.

 

MONUMENTO

“ Nelle stanze più segrete ogni uomo, ogni donna fabbrica una campana / Aspettando il giorno del suo suono, inevitabile”

 

Il testo descrive quasi un viaggio cosmico, un mondo distorto e fantastico il cui la realtà prende forme arcane, descritto in maniera oracolare, quasi come un sogno.

La visione di questo mondo, specchio della nostra realtà, trascina lo spettatore tra i suoi paesaggi distanti e inafferrabili, e fa lo stesso con le vite dei suoi abitanti. “Nelle stanze più segrete di ogni uomo, ogni donna, fabbrica una campana” ci introduce proprio a un aspetto recondito del nostro essere umani: l’affanno del costruire qualcosa, metafora della vita, durante la quale ognuno, pezzo per pezzo, si crea attorno la propria realtà.

“Aspettando il giorno del suo suono” ha in ogni caso un sapore di fine: da una parte percepibile come il compimento del processo di costruzione della vita, l’arrivo, e dall’altra, come la realizzazione della propria missione, per cui il cessare della vita stessa.

 

RINTOCCHI

“Un corpo celeste che mi dia l’aria per respirare/ L’universo, nel vuoto”

 

Torna il tema dello straniamento, della mancanza di un centro attorno a cui gravitare, di un supporto a cui aggrapparsi.

Il concetto viene nuovamente espresso tramite similitudini con il cosmo, “Un corpo celeste che mi dia l’aria per respirare”. Ci si immagina quasi astronauta, in viaggio tra le costellazioni, senza una meta né un posto in cui poter tornare.

 L’idea del perdersi come galleggiando nello spazio viene ribadito con il finale della canzone “L’universo, nel vuoto”, raccontandosi come naufraghi nell’infinito

 

PARIGI

“Eh, forse il punto è questo: bisogna che un luogo diventi un paesaggio interiore/ In modo che l’immaginazione prenda ad abitare quel luogo, a farne il proprio teatro ”

 

In Parigi si apre una riflessione sui luoghi: dopo averne descritto la mancata appartenenza, sembra che il protagonista del viaggio cosmico usi il suo vagare per interrogarsi su come, praticamente, si diventa parte di un posto e viceversa.

“Eh, forse il punto è questo: bisogna che un luogo diventi un paesaggio interiore” descrive il goal ultimo dell’assimilazione: trasformare il luogo in qualcosa di nostro, sentirlo come uno stato d’animo piuttosto che come un’entità fisica, renderlo un pezzo di noi piuttosto che esserne spettatore occasionale.

L’ultima frase, “In modo che l’immaginazione prenda ad abitare quel luogo, a farne il proprio teatro”, aggiunge un ulteriore aspetto all’appartenenza: rendere un posto “paesaggio interiore”, ci permette di riviverlo nei nostri ricordi, quasi come tornare a casa.

 

TUTTO IL TEMPO CHE HO PASSATO A NON VEDERE

“Un’assurda collezione di arti diversi/ Non sarò mai identico a me stesso/ e il tempo non porterà a un miglioramento”

 

Si parla degli effetti del perdersi, del lasciarsi attraversare dalle cose senza realizzarle davvero e del processo del ricostruirsi, ricominciando a “vedere”.

Nella fase di uscita dal buio c’è la realizzazione di essersi scomposti, di trasformarsi in qualcosa di caotico e sconclusionato, “Un’assurda collezione di arti diversi", come una chimera di pezzi di versioni precedenti di sé stessi.

Come suggerito in SE QUESTA è LA NOSTRA FESTA, il processo del cambiamento è irreversibile, “Non sarò mai più identico a me stesso”.

L’unico modo per arrivare alla fine del processo è attraversarlo in tutte le varie fasi, senza però poter tornare indietro: il frammentarsi e il riunirsi come mossi da una gravità opprimente non permettono che il risultato finale sia identico a quello di partenza, “e il tempo non porterà a un miglioramento”, come a dire che quei pezzi mancanti sono persi per sempre.

 

RIFLESSI

“Ma quando la vista torna, / rivedo tutto,/ chiaro come il sole che un tempo amavo,/ e imploro che qualcuno mi possa liberare/ del dono che avevo così tanto sognato”

 

Le tracce descrivono un processo, quasi come un viaggio, di riscoperta di sé stessi: dall’abbandono del passato, al vagabondaggio nel vuoto, per poi risvegliarsi come da un sonno. Nella fase del risveglio però si viene investiti da tutto ciò che era rimasto dormiente.

“Ma quando la vista torna,/ rivedo tutto,/ chiaro come il sole che un tempo amavo” riprende la similitudine della foresta e il suo stretto legame con il sole, cioè con la consapevolezza, l’essere presente, e il reagire alle circostanze. Il sole metaforico non è altro che il fine ultimo del viaggio, il momento del risveglio, che permette di riconoscersi e riprendere in mano sé stessi.

Questa chiarezza però getta luce su tutti gli angoli, anche quelli più bui, che tengono svegli la notte, e a forza di rivivere quello era stato volutamente nascosto nell’ombra il fiume di ricordi sembra quasi insostenibile, tanto da sperare di perdere nuovamente la vista: “e imploro che qualcuno mi possa liberare/ del dono che avevo così tanto sognato”

 

AURACARIA

“Il mio mondo per un istante così vicino all’infinito,/ ma poi non rimane che un sogno./ Così colleziono immagini svanite per sempre prima di essere viste”

 

Il risveglio porta a una situazione di stallo: da un lato si acquista la capacità di rituffarsi in sé stessi, di esplorare le macerie alla ricerca di qualcosa da salvare. Dall’altro, più si scava, e ci si illude di essere sempre più vicini alla riscoperta, più si rimane delusi.

“Il mio mondo per un istante così vicino all’infinito”: per un secondo sembra che questo mondo ritrovato possa collidere con “l’infinito”, compiere un salto verso qualcosa di nuovo “ma poi non rimane che un sogno”.

L’illusione di una vita nuova porta con sé sogni destinati a sparire, “così colleziono immagini svanite per sempre prima di essere viste”.

 

COSTELLAZIONE // PAREIDOLIA

“Ho forse capito solo adesso che/ quell’oppressione/ che gravava su di me ,/ altro non era che un ammasso/ di rovine all’interno di un mare infinito”

 

L’album si chiude con la fine del viaggio, una meta che sembra più un limbo di una vera e propria fine.

Dopo il travaglio della ricerca, il naufrago si trova nuovamente a riflettere. “Ho forse capito solo adesso che/ quell’oppressione/ che gravava su di me”, per indicare l’origine della fuga dal passato, “altro non era che un ammasso/ di rovine all’interno di un mare infinito”.

Il limbo si rivela essere la soluzione finale, l’accettazione di galleggiare perennemente tra memoria e cambiamento, come unico lato positivo, ha la possibilità di contemplare, ignari e distanti, un cielo infinitamente lontano.




Articolo a cura di Anna Alberti